LA CACCIA AL SERPUALO #1

un esperimento di traduzione dal maestro Lewis Carroll – The hunting of the Snark (1876)

PREFAZIONE

Se – e la cosa è selvaggiamente possibile – l’accusa di scrivere nonsense fosse mai intentata contro l’autore di questo breve ma istruttivo poema, sarebbe basata, ne sono convinto, sul verso:

“Poi il bompresso (1) si incrociava col timone qualche volta.”

Di fronte a questa penosa possibilità, io non farò (come potrei) sdegnatamente appello ai miei altri scritti come prova della mia incapacità verso tale azione: non evidenzierò (come potrei) il forte proposito morale di questo poema, i princìpi aritmetici inculcati con tanta prudenza, o i nobili insegnamenti di Storia Naturale – semplicemente, seguirei la direzione più prosaica spiegando come ciò sia successo.

Il Banditore, un tipo quasi morbosamente sensibile alle apparenze, era solito rimuovere il bompresso una o due volte a settimana per farlo riverniciare, e più di una volta è successo, quando veniva il tempo di  sostituirlo, che nessuno a bordo riuscisse a ricordare a quale estremità della nave appartenesse, se a poppa o a prua. Sapevano che era della più inconsistente utilità fare appello al Banditore – egli sarebbe ricorso unicamente al suo Codice Navale, leggendo ad alta voce in tono patetico le Istruzioni dell’Ammiraglio che nessuno di loro era mai stato in grado di capire – così generalmente finiva che il bompresso veniva fissato sopra o, in qualche modo, incastrato al timone. Il timoniere era solito starsene impalato con le lacrime agli occhi; sapeva che era tutto sbagliato, ma ahimè! la Regola 42 del Codice, “A nessuno è permesso parlare all’Uomo al Timone,” era stata perfezionata dal Banditore in persona con le parole “e all’Uomo al Timone non è permesso parlare a nessuno.” Così qualsiasi rimostranza era impossibile, e non si poteva fare nessuna manovra fino alla prossima riverniciatura. Durante questi  sconcertanti intervalli la nave navigava abitualmente all’indietro.

Dal momento che questo poema è per certi versi connesso con il canto del Borbomatto (2), permettetemi di cogliere questa opportunità per rispondere a una domanda che mi è stata spesso rivolta, ovvero come pronunciare “slithy toves.” (3) La “i” in “slithy” è lunga, come in “writhe”; e “toves” si pronuncia in modo da rimare con “groves.” Ancora, la prima “o” in “borogoves” si pronuncia come la “o” in “borrow.” Ho sentito gente provare a dargli il suono della “o” in “worry.” Tale è la Perversità Umana.

Questa sembra anche l’occasione adatta per occuparsi delle altre parole difficili di quel poema. La teoria di Ciccio Pasticcio (4), di due significati impacchettati in un’unica parola come in un baule, mi sembra la corretta spiegazione per tutto.

Per esempio, prendi le due parole “fumante” e “furioso.” Prepara la tua mente in modo da pronunciare entrambe le parole, lasciando però nel vago quale delle due dirai per prima. Ora apri la bocca e parla. Se i tuoi pensieri piegano un pochino verso “fumante,” dirai “fumante-furioso;” se invece si rivolgono, anche solo per la larghezza di un capello, verso “furioso,” dirai “furioso-fumante;” tuttavia, se possiedi il più raro dei doni, una mente perfettamente equilibrata, dirai “frumioso.”

Supponendo che, quando Pistola pronunciò le famose parole:

“Sotto quale re, Scalcagnato? Parla o muori!” (5)

Il giudice Shallow fosse sicuro che si trattasse o di Guglielmo o di Riccardo, ma non fosse capace di stabilire quale dei due, di modo da non poter assolutamente dire un nome prima dell’altro, non possono esserci dubbi che, piuttosto che morire, avrebbe farfugliato “Gugliardo!”.

Note

1. il bompresso è l’albero di prua

2. il Borbomatto è la mia traduzione del Jabberwock – basta il nome per capire quanto Tim Burton, col mostro da uccidere con la spada [!!], non c’aveva capito un cazzo

3. qui l’amichevole traduttore è costretto a limitarsi in quanto la lingua italiana lascia pochissimi spiragli tra pronuncia e scrittura

4. cioè Humpty Dumpty, dalla traduzione proposta in Antonin Artaud, Alice in manicomio (Nuovi Equilibri: 2008)

5. dall’Henry IV di Shakespeare

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